"Dove incomincia
la finzione,
lì termina
la mia arte"
 
MEMORIE SU DINO CAMPANA
di Luigi Bartolini

Ero andato ad abitare in casa ďuno di quei fiorentini che sanno legare pietrine a musaico. Vecchio, bonario, tollerava tutto. Tollerava che non fossi rientrato in casa, di notte, passandola al vento buio dell´Arno o del Piazzale Michelangelo. Fra le altre cose, tollerò che io tenessi a dormire, nella mia camera, per alcuni giorni, forse una quindicina, Dino Campana. Egli dormiva in terra sopra una stuoia dozzinale. Diceva che non gli importava di dormire per terra: e, sopra il punto del suo grande timore di riuscire ad essere di peso alle persone, tutti quelli che l´hanno conosciuto sanno quanto egli fosse delicatissimo, pudico come una vergine fanciulla che abbia paura di spogliarsi, anche se sta chiusa a chiave dentro la came­ra. Infatti Campana aveva accettato di venire a dormire nella mia casa perché proprio non avrebbe potuto fare a meno. Nessun altro, allora, gli avrebbe dato ospitalità.

S´era diffusa la voce ch´egli fosse matto, esaltato, pronto alle scene clamorose. E non è vero che egli facesse, allora, le grandi scenate che di lui si raccontano, ma, intanto, ognuno lo scansava. Io avevo inteso parlare di lui nella redazione del Fieramosca. Allora ero studente di belle arti e studen­te di medicina. Era il 1914 ed avevo ventidue anni. Ero già professore, ma continuavo a studiare. Nell‘Accademia frequentavo la scuola del nudo. Nell‘Università di medicina quella di anatomia. Andavo agli Uffizi a vedere le acqueforti di Rembrandt. Non andavo più in biblioteca giacché, a ventidue anni, sapevo quanto oggi non ne sanno a cinquanta. Non frequentavo i Vociani e i Lacerbiani: li avevo in uggia. Non ero futurista. Avevo in uggia tutto ciò che non era mio e che non era degli antichi. Per me, allora, il mondo spirituale cessava con Leopardi. Nella pittura, tutto cessava anche prima dei tempo di Leopardi. 

Ero entrato nel Fieramosca per caso: perché un tal Maturino Lucchesi, redattore del giornale, abitava dall´istesso mio musaicista, in via degli Alfani. Scrivevo nel giornale nientemeno che cronache di teatro per avere occasione di vedere, alle Folies, molte fatali bellissime donne fiorentine. Le Folies era un teatro di varietà. Ma io facevo, con Campana, qualche volta, così: andavo ai teatri maggiori, mi informavo delle commedie che vi si davano e, molto presso a poco informato, tornavo a quel solo teatro che mi piacesse; quello delle Folies dove almeno mi piacevano le spettatrici. In redazione del Fieramosca i maggiori parlavano di poeti e di arte.

Io ascoltavo, quasi sempre con interno dispetto, quello che udivo e, manifestatamente, con noia. Lucchesi me ne rimproverava. In breve, lì dentro, mi ero fatto nemici redattori e frequentatori della redazione. Non volli mai essere presentato al Soffici, al Papini e agli altri Vociani che la bazzicavano. Nondimeno debbo confessare che, allora, le pro­se di Soffici mi piacevano. Mi piaceva la sua prosa, ma non il suo atteggiamento. Allora spirava vento francese e futurista; ed egli, con la sua bandiera spiegata, furoreggiava in mezzo alla gioventù. La gioventù d quella che beve facilmente. Ma esistono tipi scontrosi, come il Campana e come me, creature irriducibili. Uomini, come il Campana, mitici. Esseri sgocciolati da altri mondi come rugiada per le rose del nostro terrestre pianeta. Esseri sgocciolati dal pianeta di Saturno, sopra la Terra, per errore. Creature non fatte per...; ma ora che stavo per dire «non fatte per il mondo» mi accorgo che stavo per dire un grosso errore: giacché è Iddio che manda sopra la terra creature come Campana, e ve le manda un poco in pellegrinaggio, un poco a spasso, in missione.

Bisogna credere alla missione che si riceve da Dio io vi credo. Quantunque Io dica e sostenga di essermi infilisteato e di saper fare, oggi, i miei barbari conti, nondimeno credo nella missione che Iddio affida ai poeti. Egli in fondo, fa come il fornaio; sala la massa. Sparge un pizzico di sale, ogni tanto, sulla farina impastata con il lievito umano. Questo sale siamo noi, i poeti. Questo sale fu Dino Campana. Il sale è Jacopone, è Villon, è Campana. Tutta la poesia è un sale; 6 un contravveleno. Senza, Il mondo creperebbe del più triste dei suoi mali: l´inedia. Senza, il marito sbadiglierebbe sul petto della moglie, e la moglie sul petto del marito. (Viceversa, le donne stanno, ancora oggi, un poco più che non vi stiano gli uomini, attaccate alla poesia).Torno a noi: Iddio dosa, droga. Sempre magnifico, anzi, chissà mai quanto sale egli non genererà! Ma è la povera, cieca, sorda, lenta umanità che lo spreca.

Oppure, facciamo un altro paragone: la cosa va così: c´è una bilancia: da una parte sta il male, dall´altra sta il bene. Tutto si accumula sul piatto del male: pesa più il male. Ed allora, quelle creature di Iddio che si chiamano poeti non fanno altro che assestare un pugno sotto il piatto del male affinché le due bilance si riequilibrino e che il bene abbia anche esso il suo peso, la sua ragione, le sue possibilità. Dio, dunque, si serve dei poeti. Noi lo serviamo. Fino a qui, tutto bene. Ma il male, anche per i poeti, incomincia da ciò: noi sia­mo (Dino Campana era) creature addette al servizio di Dio; Ma appunto per ciò siamo come rotelline delicatissime, come ingranaggi ultradelicatissimi, orologini e cronometri, ultracronometri, e siamo anche purtroppo, per la cagione della nostra sottigliezza, soggetti a guastarci per molto poco. Un fiato appanna un vetro, una brinata uccide un indeterminato numero di germogli. In natura tutto si uccide con una estrema, strabiliante, trasognata facilità. Basta un cattivo odore per far cadere un desiderio di bene.

Basta un minimo rumore per deviare un pensiero di poesia. E se io ho sperimentato, sopra di me, che vado soggetto a tali minime perturbazioni e a variazioni massime, figuriamoci quale non sia stata la macchina cosmica, la macchina animale, la macchina divina di Dino Campa­na! Il divino sacco di carne che fu Dino Campana! Anche fisicamente, infatti, il suo sacco di carne faceva dimenticare il sacco di carne. Non si dice una metafo­ra dicendo che egli era bello come un iddio, era biondo come il sole. Egli rassomigliava a Dionisio. Non ad Apol­lo, Ma a Dionisio. (Neppure Verlaine era brutto, da giovane, quantunque il suo naso fosse schiacciato). Gli è che gli uomini, nei quali Iddio pone il suo sale, sono come tanti tabernacoli, dentro cui stando il divino sacramento, essi tabernacoli anche di fuori risplendono.

Incutono una dolce soggezione in chi li avvicina. Sono diversi di aspetto da tutti altri uomini. O, per lo meno, sono riconoscibilissimi dai consanguinei. Io, per esempio, la prima volta che incontrai Campana mi accorsi che ero vicino ad un uomo di quelli che sembra una favola che possano realmente esistere, e, senza saperlo ossia senza che nessuno mi avesse detto: «egli è il poeta », dissi dentro di me «ecco un uo­mo diverso da tutti gli altri». Intanto mi aveva parlato di lui il Lucchesi ed aveva promesso di presentarmelo in redazione. Ma non veniva mai. Già egli cominciava ad isolarsi dai facinorosi letterati da caffè, già aveva capito che aveva sbagliato tutto. Sbagliato a farsi conoscere. Sbagliato a frequentare il Gambrinus o le Giubbe Rosse. Sbagliato nel prestarsi bersaglio agli strali dei letterati, pettinati, lisci e bene impomatati. Ma se qualcuno credesse che Campana non si fosse accorto della sua condizione umana, si ingannerebbe molto.

Campana sapeva perfettamente di essere chi era. E sapeva che tutto era fatuo e falso, fenomeno di ordinaria amministrazione letteraria, ciò che si agitava, del mondo letterario, intorno al movimento letterario fiorentino. Egli faceva tutto il contrario di quanto significasse obbligo, legame con il mondo, acquiescenza ai modi presunti normali, presunti corretti ed anzi, presunti esemplari, Fatto è che io riconobbi che Campana era Campana fin da quel giorno che lo incontrai in Via degli Alfani. Alcune immagini rimangono come incise nella nostra memoria. Passano, invece, anni ed eventi, e la nostra memoria tende a dimenticare tutto quello che ha visto, Molto bene rammento taluni attimi, di diverse epoche, della mia tempestosa esistenza: essi si ritrovano tutti a posto nello schedario del mio cervello e come se fossero lastrine di fotografie a colori. Tra le altre c´è, dunque, quella dei mio incontro, anzi non incontro, ma memoria della prima volta che lo vidi e dissi, dentro di me, che doveva esser lui e perciò che attentamente l´osservai. 

Andava vestito simile ad uno di quei garzoni o viaggiatori che, discesi dal piroscafo, passano per la città offrendo panni, stoffe da vendere. Sembrava che avesse da vendere qualche cosa. Ma che cosa vendeva tale strano pellegrino dagli occhi chiari, alto, grande, coi capelli quasi rossi? La sua immagine me ne risvegliò due: quella di Verlaine da una parte; e quella, dall´altra, di un frate camaldolo dell´eremo di San Romualdo al mio paese, nell´Anconitano di Cupramontana. Il frate camaldolo si chiamava don Ermanno, era oriundo di Polonia ed aveva gli occhi chiari, infuocati, celesti come quelli dei conigli. Infuocati di brillantissimo, irresistibilissimo fuoco. Il suo sorriso non apparteneva al bifido sorriso di molti volti umani, (L´uomo è un animale che commette il male sorridendo e si giova del sorriso per ingannare). Invece, il camaldolo biondo e Dino Campana ridevano come gli Dei: vorrei dire che essi sorridevano paghi del loro lume come il mono­polista Ravagli: Ma risparmiamoci tali melanconici raffronti.

Fatto è che l´uomo che camminava di fianco a me, sembrava un frate sfraiato, un viaggiatore disceso da un lontano bastimento. Di leggermente stra­no, portava i sandali ed una casacca da marinaio. Non c´è bisogno di creder matto un uomo perché egli indossa una camicia alla marinara e calza dei sandali. Egli si fermava a guardare, volgendosi indietro,, le donne che gli passavano accanto. Poco guardava gli uomini. Ad un tratto entrò in una bottega e scomparve.
Non lo vidi più, per alcuni giorni. Ma ne ridomandai a Lucchesi ed egli mi disse che se desideravo conoscere « il russo » me l´avrebbe potuto presentare al più presto. Me lo porto a casa, una sera, tardi. Quella sera il  Campana portava una barba di lunghi peli  ispidi. Effettivamente sembrava un dolce brigante, uno scampaforche. Lacero e sudicio e non come l´avevo visto l´altra volta. Gli era accaduto qualche cosa: lo volevano acchiappare « quelli della Giustizia ». Una donna lo aveva denunciato. Per scampare alla Giustizia ed ingenuamente  illudersi  di essere protetto, dal consolato, come suddito straniero, cercava di dare ad intendere ďessere un russo. 

Egli appariva abbattuto, avvilito, confuso, stordito. Automaticamente eseguiva, intanto, quelle cose delle quali il Lucchesi lo pregava: «posa qui», «metti la», «è Bartolini, che vuol conoscerti», «vuoi stare da lui?». Campana rispondeva a monosillabi. Ma io mi addoloravo per lui, più di lui, per la sua condizione di umiliazione. Rapidamente considerai che, per me. sarebbe stato l´eguale se mi fossi trovato nella sua condizione e cioè se mio nonno o mio babbo non mi avessero mandato, ogni mese, tanto danaro che mi fosse bastato per sfamarmi. Invece, Dino, non aveva parenti al mondo che pensassero a lui. Accolto da una donna; come ďun´altra donna s'era letto, allora, nei giornali, che ella aveva preso con sé, quale suo docile amico, un orango. Ammettiamo anche la «volontà buona di servire Apolline » da parte di quella signora, Una donna che, da ultimo, Dino Campana, odiava profondamente. Non poteva pensare, egli mi disse, ďessere stato denunciato alla Questura da una donna e, per colmo, da quella del suo cuore. Invece, la cosa era normalissima. Basta considerare che ella aveva architettato alle spalle del povero Dino un suo progetto, impossibile per la natura di Dino. Ella, cioè s´era ficcata in testa di lanciarlo. Di farne un poeta grande. Ma Dino non era un poeta lanciabile. Era una vena di poeta molto tenera, molto fragile, molto armoniosa.

I lanciabili, i palpabili, i « poeti apostoleggianti » sono di natura opposta a quella nostra. Incominciamo col dire che i poeti lanciabili fingono sempre e tengono dietro alle circostanze favorevoli — Portano d´acqua con le orecchie; osanneggiano. Tutte queste cose Campana non avrebbe mai fatte. E una donna intelligente avrebbe dovuto capirlo ďacchito, avrebbe dovuto lasciarlo andare, passare, correre altrove; o l´avrebbe dovuto prendere per il suo verso. Il verso con cui si sarebbe dovuto prendere Dino Cam­pana c´era : ed era quello di Santa Chiara con San Francesco ďAssisi; quando, anziché andare alle Giubbe Rosse ďAssisi, andavano tutti due di sera, verso la Porziuncola, a passeggio, da soli, fra gli usignoli e le acacie odorose e il timo ed i lentischi.

Voglio dire che la letterata avrebbe dovuto, per amor di Dino Campana, svestirsi dei panni di ogni mondana vanità, e quasi gettarsi delle ceneri sulle chiome. Lavorare per lui, se ella aveva fiducia nel di lui genio. Invece ella (come mi raccontò Dino Campana appena entrammo in confidenza, e quando già sortendo di casa alle quattro ore del mattino andavamo a passeggio ver­so Piazza ďArmi ed oltre o verso Fiesole o verso Settignano) non aveva fatto altro che tentare di ridurlo animale domestico, banale uomo, come certi letterati di Firenze di quel tempo, dei quali letterati egli non avrebbe dovuto dire mai male; viceversa li avrebbe dovuti piaggiare, molcere; leccare loro le zampe, facendo finta di non sapere, dentro di sè, di essere da più di loro; rinunciando, in una parola, alla bella imparagonabile libertà del poeta, per cui egli è anche padrone di fare tutti gli assaggi che vuole, e di muoversi nelle più opposte direzioni, senza tante miopi rotture di cordoni. A Dino, infatti, la poesia fioriva in bocca come il fiore boccadileone su ďun muro, su ďuna muraglia da trogloditi. Gli fioriva di mattina, alle prime ore dell’alba.

La notte, era stato, però, Iddio a mettergli in bocca le note musicali delle parole. Dino incominciava a parlare. Ogni sua frase era di poema. Sarebbe occorso che  io avessi saputo stenografare. L´onda era piena, la linfa era pura. Effettivamente, nelle sue carte, è rimasto, di lui, il minimo. Soltanto qualche grido. Co­me un grafito etrusco scrostato. Interrotti gridi. Ma vederlo parlare! Udirlo quando si accendeva! il vulcano partoriente fuoco non è che una grossolana immagine, a confronto del suo eloquio elettrico, a paragone del fumo e del profumo delle sue parole. L´acqua che scorre, assomigliava alle sue parole: le onde del mare che giocano a lambire la riva: il canto del fringuello o dell´usignolo. Fra il fringuello delle querce di Marradi e l´usignolo greco.

Dicono che la sua cultura fosse monca, informe. Non è vero niente. Presi alla sprovvista, gli uomini di biblioteca rammentano, si e no, il mese (o forse l´anno) quando è nato Raffaello. Ma un conto è la cultura formale ed un conto è quella sostanziale. La sostanziale è quella di chi ha, nella sua mente, l´architettura dell´universo, e che degli specifici edifizi della eterna architettura ha il senso dello stile, la norma dell’ordine. Ed io, per quel che sono capace di testimoniare, posso dire che la cultura di Dino era immensa. Ma i saccenti fiorentini del suo tempo non la pensavano come me. Essi gli andavano a riscontrare la pagliuzza: non pensavano che egli possedesse la chiave del mistero per cui è quindi poi facilissimo spiegare ogni fatto di cultura. Ad ogni modo, colto o non colto, i suoi giudizi si ascoltavano, io li ascoltavo, con interesse massimo. Una parola di Dino mi ridava cuore, mi illuminava. Egli rafforzava quello che, in me, nascendo, assomigliava a tremulo stelo, che ancora non sa rispondere se non per i si o per i no dettati dal vento.

La sua incapacità era di potersi assoggettare ai freni materiali del mondo. O non è meglio dire che egli li accettasse senza schivarli? Li accettava senza schivarli, tanto ciò è vero che ogni mestiere gli era buono. Gli era parso buono andare coi tenitori di tiro a bersaglio o fare il cameriere di albergo o il suonatore di orchestrina nei transatlantici. Qualunque mestiere egli accettò e si ingannò soltanto quando volle entrare nella cerchia dei letterati. Quando andava in giro coi tiri al bersaglio egli era ancora al suo posto di poeta. Egli stesso mi confidò, in una delle nostre passeggiate, quanto segue: dovere, ogni nato da uomo, ogni animale umano in società, dare alla società istessa il proprio contributo di ore di fatica. « Io do alla società umana alcune delle mie ore, io do alquanta della mia forza fisica affinché la società mi renda pane e requie. Per il resto, io penso di vivere a mio modo, nei mio mondo ».

Possedeva una facoltà di gioire immensa, una facoltà che gli uomini comuni possiedono molto meno dei poeti. Per gli uomini comuni la gioia, si sa, è una macchina grande e perché la possano montare occorre loro spendere tutta l´esistenza in opere vili. E quan­do l´hanno montata, ossia quando hanno ammassato gli elementi che essi credono costitutori di gioia (ossia i denari) gli uomini sono già vecchi: non sono più in grado di godere la gioia istessa, in quanto sono come fiori che dovrebbero fiorire in inoltrato autunno se non addirittura in inverno. Non potendo mai fiorire, o non potendo sbocciare nella loro giusta ora, gli uomi­ni ricchi, ed i potenti, sono costantemente infelici. Egli era quintessenzialmente francescano. Non possedeva nulla. Non curava alcun interesse materiale. Girava il mondo senza un centesimo in tasca. Rimaneva assorto ore ed ore nella contemplazione delle cose dei campi. Diceva che il mondo era tutto sbagliato secondo la poesia, ma tutto indovinato secondo la logica che egli chiamava terrena e pedestre.

I medici avevano detto, di lui, al suo babbo e fin da quando Dino era fanciullo, che fosse uno psicopatico grave. Né intendevano altro, di lui, fuorché egli fosse fuori del normale. Ora, però, io mi domando se il poeta può mai essere nel normale: o se il normale non sia una posizione, una condizione relativa ad uomini duri di cuore. Egli s´era messo, un giorno, a studiare la chimica perché sperava che la chimica gli avesse ad aprire meglio il libro della natura; ma ben presto si persuase che gli agenti materiali spiegano i modi lenti e meccanici, quelli apparenti; ed in modo relativo, ciò che già il poeta porta con sé, come viatico datogli da Dio. Nessun atto più logico di quello di Dino Campana che andava per i caffè e, offrendo il suo libro a gente più o meno capace ďintenderlo, egli stesso staccando questa o quella pagina del libro: quelle, cioè, di cui la gente si sarebbe fatto scandalo, in quanto le avrebbe fraintese. Fraintese: in quanto, per il poeta cosmico niente è peccato e tutto è più logico di quanto non appaia agli occhi dei logici e dei corti uomini.

Deplorava che un uomo, avendo ucciso per vendetta o per gelosia, o per altro che egli stimasse sufficiente motivo, poi andasse a difendersi negando ďaver commesso un fatto che, secondo lui, non significava peccato. Scusava ogni delitto proprio perché la sua anima era incapace di concepire efferatezza ďalcun genere. Su questo punto si discuteva. Ed io dicevo che gli uomini sono bensì impastati e plasticati dell'istessa cera dell´istesso pollice del buon Dio; nondimeno, neppure al buon Dio tutte le cose riescono bene ed, anzi, molte cose sono, in natura, difformi e contrarie allo spirito di poesia. E´ perciò, io soggiungevo, ďimportanza somma, ai fini della vita poetica, l´educazione umana e quel tentativo che compiono gli uomini, mediante una educazione, un sistema di idee ed un ben costituito ideale, di correggere se stessi. Egli, invece, sosteneva che nulla c´è da correg­gere in natura e che tutto va bene (come diceva Pangloss).

Così pure egli diceva che tutte le cose belle sono amabili, rna anche quelle brutte. E sosteneva che amare una ragazza gobba è azione più meritevole e più bella, più da poeta, che non quella di amare una ragazza bel­la: « Ad amare uno ragazza bella tutti sono capaci ». Per altro, egli entrava in estasi, nell’estasi più soave, allorquando vedeva una bella ragazza. Effettivamente egli amava tutte le cose e non faceva distinzione, o ne faceva a suo modo. Diceva che amabile è anche la vipera e che si deve amarla. Un giorno mi disse che avrebbe voluto prendere ed addomesticarne una. Aveva letto il Redi e diceva che le vipere non secernono ve­leno dalle loro ghiandole dentarie se non quando vogliono emetterlo; e che lo emettono soltanto quando vengono offese. Però, ciò dicendo egli non avvertiva ďessere in contraddizione col suo nietzchianesimo per il quale a volte gridava a squarciagola, in mezzo alla foresta, sotto ai grandi alberi, parole di guerra e di distruzione.

L´aveva a morte con le spie; senonché, per lui, su cento uomini novantanove erano « spie », esseri dediti al male. Forse perché era stato alcune volte in carcere. « Ma se tu ami le vipere », gli replicavo « ama dunque anche le spie! ».
Quanto a convinzioni politiche, la sua testa era un caos. Era imperialista anarchico universaloide; giustappunto perché egli mai s´era indotto a credere quel che io penso, e cioè che gli uomini sono disuguali; e che vanno per le vie che trovano, e che si incagliano, fra il precipitare delle vorticose onde della scoscesa fiumana umana, i migliori tronchi, mentre vanno bene quei tronchi di fico che si lasciano trascinare dalla corrente.

Non mi pare possibile che egli avesse seriamente pensato ad uccidersi giacché, come tutti veri poeti, egli si amava, anzi si adorava. Con le scarpe rotte, coi capelli lunghi, la barba non fatta, egli si amava infinitamente. E ciò non poteva essere diverso giacché la sua macchina fisica era la sorgente delle sue gioie, ossia il fluido vitale che sprigionava dalla sua macchina fisica era tale che, per essere pieno, gli rendeva godimenti che altri esseri umani ignorano. In ciò, anzi, consiste l´essenza della sua poesia: esuberante quanto mai non lo è stata quella degli altri. Informe, Ma esuberante. E´ volutamente informe, in quanto eravamo, allora, ai tempi del paroliberismo, Le parole in libertà, l´esprimere, sen­za soggezione di forma, gli aneliti a lui cari, gli giovò quanto ad alcun altro poeta del tempo. Ma con ciò errano i suoi esegeti, specialmente i più recenti, i quali vorrebbero trovare maggior valore fra le poesie, del Campana, le più informi, a discapito di quelle che hanno contenuto di pensiero e forme architettate, armoniose parole.

Occorrerebbe finirla una buona volta col crepuscolarismo: e non che esso fenomeno sia nuovo od insolito, che anzi ne sono piene le pagine della sto­na delle letterature e specie quella magistrale di Ottone Muller, riguardante i greci. Il buon Muller sostiene, e Leopardi anche, che i primitivi sono rnigliori dei classici, Leopardi stesso lamenta di sé, nello Zibaldone, di aver classicheggiato troppo e ďaver seguito gli schemi della poesia umanista, specie, nei modi del verso, e lamenta ďessere stato quasi imitatore del Sannazzaro e del Tasso delle canzoni, mentre, viceversa, ha parole di lode per il recente contrario di sé, ossia l´Alfieri, poeta duro, istintivo, angoloso, ma pieno di intenzione, L´intenzione se ne va, se si classicheggia.

Ma, in quanto ai poeti crepuscolari, che sono quelli i quali estraggono i loro feti a pezzi, col forcipe, dall´utero della musa, penso che essi non creano se non delle incertezze, del fumo e del nuvolismo, contro il quale supernuvolismo e il Leopardi stesso, che, nello Zibaldone, mette in ridicolo coloro che si vanno a porre a cavallo delle nuvole e, da lassù, cantano di astrazioni o di metafisiche, mentre non hanno nessun addentellato con l´uomo del marciapiede e neppure con l'umano eterno. Critici a tesi lodano invece le oscurità, ossia le imperfezioni del nostro Campana, che fu, sì, poe­ta nel modo di vivere e nei vagheggiamenti, Ma fu poe­ta anche nelle espressioni.

lo ho vissuto insieme con Campana e posso affermare che i suoi tempi di lucidità erano migliori di quegli altri durante i quali, corti, o lunghi che fossero stati (e talvolta sembravano interminabili) egli mi appariva come un uomo comune, non ispirato e alquanto cieco. Assomigliava, allora, ad un fiume in magra, un fiume dal letto sassoso e limaccioso. Anzi, rammento che giacendo egli in tale suo stato « invernale », come quel­lo della natura quando dorme, non se ne risollevava che o carnminando per campagne e fiumi solitari, oppure per rnezzo del peccato: ciò detto per chi crede che lo sfogo dei sensi sia peccato, anziché un vero e proprio far sortire gli umori cocenti infernali dalla propria macchina umana, o quelli che, in tal senso, si possono chiamare gli spiriti peccaminosi. Dimodoché la libido non sarebbe che un beneficio ed anzi un atto morale: come quello mediante il soddisfacimento del quale il poeta si libera degli istinti bruti, sanguigni, per poi farsi leggiero come un uccellino, e, a dispiegate ali, innalzarsi per cantare.

Sicuramente egli era un terribile concupiscente. Per i boschi, per il fiume, sotto, Marradi, egli inseguiva donne e fanciulline. Un giorno ragionò nel seguente modo: che le donne non sono più don­ne passato che abbiano i venti anni. Ossia che non gli interessavano, ai fini della poesia le donne adulte. Ma cio dicendo, egli non intendeva dire alcunché di contrario alla morale. Anzi, il suo modo ingagliardiva egli diceva, il senso morale inquantoché soltanto le fanciulline che nulla sanno, essendo simili a boccioli di rosa non assomigliano a rose disfatte (diceva anche: rose spaparanzate).
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Con le parole più colorite parlava di donne sciupate, rose disfatte dai raggi del sole dei sensi. Donne che non hanno più il profumo dei giovanili bocciuoli. Scrigni non più segreti. Gli anni, hanno fatto di loro quel che fa il vento: hanno portato via tutto il profumo. Di­ceva che la vita è una lima che toglie, agli esseri, la corteccia profumata della poesia. E che la fragilità della poesia si consuma vivendo.
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